Fino a che punto siamo simili?

EDITORIALE della rivista SCIENZE DELL’INTERAZIONE 2011-3
di Alessandro Salvini

Potremmo chiederci se gli antichi Greci e Romani, tra il V e IV secolo a.c. condividessero le stesse rappresentazioni di sè e del mondo, visto che parlavano due lingue molto diverse. Potremmo anche chiederci se i poemi omerici descrivono forme di coscienza e un’esperienza di se stessi simili alle nostre. Secondo numerosi studiosi tra cui, Eric Dodds, Maurizio Bettini, Julian Jaynes, e ora Monica Bravi, la risposta è no!
Allora potremmo azzardarci a sostenere, che cervelli simili possono produrre mondi umani ed esperienze personali molto dissimili. Però Nicola Machiavelli non sarebbe stato d’accordo, essendo dell’opinione, come molti studiosi di psicologia e di scienze affini, che la natura umana sia e sia stata ovunque e sempre uguale nel suo modo di essere. Da Esquirol a Freud, da Lombroso a Skinner, fino agli accademici dei giorni nostri, si è affermata l’idea, dalla psichiatria alla psicoanalisi, dal comportamentismo al cognitivismo, che “Ciò che fu,ora è, e ciò che sarà è già stato”, come appunto diceva Machiavelli.
In tempi più recenti anche gli orientamenti più ortodossi della psicoanalisi sarebbero d’accordo con lui, basti pensare che negli anni venti del secolo passato, alcuni psicoanalisti, come Gèza Roheim riferirono di aver rintracciato il complesso edipico anche tra le popolazioni di certe isole della Polinesia, contrastando la tesi di Bronislaw Malinowsky, che invece sosteneva, giustamente, l’impossibilità data la struttura matrilineare dell’organizzazione familiare. Un vecchio dibattito ormai dimenticato, che tuttavia non ha inciso sulla convinzione, da Freud fino ai giorni nostri, della validità universale della teoria psicoanalitica.
Anche la psichiatria ha preteso di estendere ovunque, anche nel passato, e in popolazioni non occidentali i suoi criteri nosografici e diagnostici: basti pensare allo sciamanesimo siberiano visto come una ‘forma di isteria artica’ (sindrome di Morketid).
La psicologia sperimentale accademica non fa eccezione. Un’intera generazione di psicolinguisti ha accolto con entusiasmo la grammatica generativa di Noam Chomsky e ignorato l’esistenza del relativismo linguistico di Benjamin Whorf, oggi fortunatamente rivalutato.
E’ anche vero che le scienze naturali cercano spiegazioni universali, e le scienze psicologiche non vogliono essere da meno. Per essere considerate scientifiche hanno dovuto rinunciare alla propria ineludibile differenza dalle scienze della natura. E’ tuttavia comprensibile che in alcuni settori di punta della psicologia, come gli studi e le ricerche sulla percezione visiva, si sia cercato con qualche successo di capire il funzionamento biopsichico della mente, presumendo l’irrilevanza delle differenze culturali. E’ da dire tuttavia che gli psicologi per necessità empiriche e metodologiche hanno sempre dovuto ignorare le differenze tra il ‘dato’ e il ‘significato’: tra ciò che esiste di per sé, e ciò che è costruito ed inventato dalle culture umane.
Basti pensare che molti scienziati della psiche continuano a considerare ‘stimoli’, quelli che sono ‘segni’, e a considerare ‘fatti’ il risultato di costrutti interpretativi, linguisticamente preordinati.
In un bel libro, abbastanza recente, Le Saveur du monde, scritto da un antropologo francese, David Le Breton, questo egocentrismo epistemico e culturale, viene ampiamente ridimensionato a fronte di un’ampia documentazione: difatti il confronto tra culture e sistemi linguistici mette in luce in modo sorprendente e interessante, come i vari contesti semiotici siano in grado di influenzare le forme e i contenuti dell’ esperienza senso-percettiva, da quella visiva a quella olfattiva. Senza andare così lontano, e in giro per il mondo, basta intervistare due innamorati, al massimo dell’empatia fusionale e dell’identità complementare, per costatare subito che le loro rappresentazioni linguistiche ed emotive, sensoriali e percettive, possono presentare inconciliabili differenze che solo l’eros, fino a quando c’è, aiuta a nascondere.

La psicologica clinica ha cercato di far rientrare in qualche ordine tassonomico le differenze tra le persone, per esempio accomunandole sulla base delle somiglianze, del tratto, del comportamento e dei ‘sintomi’ psicologici le diversità le devianze. Dai biotipi, ai prototipi di personalità, ai variegati criteri nosografici e diagnostici, si è cercato di risolvere il problema dell’anarchia psicologica degli esseri umani e delle loro sofferte passioni e bizzarre soluzioni. Un risultato deludente, sopratutto per la psicoterapia, ovvero quando ci si occupa dell’agire delle persone, dei loro pensieri, sentimenti e azioni, senza separarli dalle situazioni, e dal loro campo relazionale e dalla imprevedibilità soggettiva delle costruzioni di senso e di significato.
Infine la psicologia clinica e la psichiatria, sono continuamente esposte al costante rischio di trasformare gli aggettivi dei ‘giudizi’ in proprietà della psiche, e quindi in dati di fatto privati di storia e di contesto. Da qui la facilità con cui alcuni clinici, spesso in convinta buona fede, si sono affaccendati per diagnosticare in contumacia e retrospettivamente, una psicosi delirante subclinica a Francesco d’Assisi, un disturbo anoressico a Caterina da Siena e con lei a tutte le digiunatrici mistiche del suo tempo. Furore diagnostico che non ha risparmiato neanche Padre Pio, recentemente accusato di istrionismo isterico.
Spesso accade alle discipline cliniche della salute mentale di trasformare i dubbi del presente in risposte certe sul passato e sul futuro, facendole valere per tutti, come nelle perizie per i tribunali. Anche se oggi è sempre più chiaro che non si possono rendere scientifici (o assimilabili a entità oggettive medico-diagnostiche) i giudizi relativi agli enunciati di qualità e di valore, normativi e morali.
Ma la difesa dell’identità professionale e l’insicurezza di appartenervi richiedono qualche sacrificio, come hanno confessato con onestà intellettuale, Beppino Disertori e Marcella Piazza, nel loro Trattato di psichiatria e sociopsichiatria. Liviana, Padova,1971, “Quella della nosografia è una croce che non possiamo rifiutarci di portare se vogliamo essere e rimanere medici”(p.777).

Possiamo rileggere il passato alla luce del presente? Certamente, difatti è quello che fanno ad esempio la biologia evoluzionista o l’astrofisica. Ma se passiamo ad un altro piano meno nobile, ai cosiddetti problemi psicologici della gente, le cose si complicano.
Liberi dalla nobiltà delle scienze incoronate, e senza ambizioni, possiamo consolarci andando a vedere un film come il Gladiatore. Scopriamo che la trama narrativa del film, gli episodi, i valori, i sentimenti, la gestualità mimica e la stessa fisiognomica degli attori, appagano pienamente il pubblico. Ma non vi sfugge, e per questo rischiate di annoiarvi, perché il film ricalca in modo pedissequo l’inflazionata struttura dei film d’azione, drammatici e spettacolari, fondati sulla contrapposizione dualistica tra buoni e cattivi, di cui il genere western è il capostipite. Il tutto ovviamente mascherato da una fastosa ambientazione d’epoca, che si rivela ai meno ingenui una ricostruzione d’epoca molto di fantasia a partire dalle armature. Un film in cui il passato è raccontato con le categorie, i sentimenti e le esigenze cognitive del presente, o meglio con quelle del presunto ‘spettatore medio’.
Molto probabilmente, Cicerone o Tacito, Spartacus o il volgo romano, avrebbero avuto qualche difficoltà a comprendere il film. La stessa cosa che può accaderci con un film giapponese degli anni trenta pensato e girato per un pubblico di giapponesi. La stessa difficoltà a capire Il Gladiatore, a seguire la struttura narrativa e il gioco dei sentimenti identificativi, non la proverebbero tuttavia gli studenti di psicologia e di scienze cognitive del M.I.T. di Boston o della California University a Berkeley. I quali possono pensare che tra noi e il passato ci sia solo una differenza legata ad un progresso tecnologico e di civiltà morale.
Nessun dubbio sul fatto che i nostri sentimenti di amicizia o di paternità offesa, o la fedeltà alle proprie idee, possano essere in alcuni casi analoghi e simili (ma non uguali) a quelli degli antichi romani. Ma come direbbe Glifford Geertz, se ignorate il gioco del baseball (le sue regole e il retrostante sistema di valori) un guantone da baseball non vi dice niente. Al più potete guardare una partita di baseball con gli occhi di un tifoso di calcio. Le analogie come ha osservato Aldo Schiavone sono una trappola, sia da un punto di vista storico che psicologico. Ai cineasti non interessa ovviamente la verità culturale e storica di film come il Gladiatore, ma quella narrativa adatta ai nostri occhi ed orecchie, ovvero in grado di ricalcare gli attuali sistemi di significato e di valore, adatti ai nostri schemi cognitivi (ed interpretativi). Come ha intuito Karl Jaspers, il (nostro) mondo non è una totalità di oggetti ma è il luogo in cui gli oggetti (ci) appaiono.

Molti anni fa con la collega Maria Armezzani ci scontrammo vivacemente con un collega che alla richiesta degli studenti di avere nel piano di studi un insegnamento di “psicologia della mediazione culturale”, replicò con una frase, poco felice, dicendo “non sapevo che ci fosse anche una psicologia dei marocchini”. Probabilmente era convinto che il “mentale” fosse identificabili con le funzioni sovraordinate dell’apparto psichico, identiche in tutti gli uomini, di cui era un noto e bravo studioso. Per il collega, e non solo per lui, la ‘psicologia’ come sapere disciplinare non poteva che essere unica, e come la fisiologia, estendibile a tutto il genere umano. Difatti secondo gli psicologi accademici che studiano i processi di base, conoscendoli, si dovrebbe essere in grado di capire il comportamento umano, con i suoi valori e sentimenti, non essendoci in fondo differenze tra quelli di un immigrato dal Magreb e di un veneto di Treviso.

Si tratti della mente, o del suo servo sciocco, il cervello, è chiaro a tutti che con lo stesso strumento (sistema nervoso) si possono suonare musiche simili, ma anche molto diverse tra di loro. Purtroppo gli psicoterapeuti invece di occuparsi degli strumenti musicali e delle leggi dell’acustica (le funzioni della mente) come fanno gli psicologi scienziati, si devono occupare di come la gente interpreta, e quindi ascolta, la musica dell’orchestra.

Se il linguaggio è un organo della percezione e le sue forme comunicative inducono a diversi modi di pensare, di agire e di vedere, viene ad essere avvalorata la tesi che Greci e i Romani dello stesso periodo storico, pur dovendo risolvere problemi e bisogni simili, si affacciavano sul mondo da finestre differenti. Come scrive ad esempio Maurizio Bettini, un filologo classico noto anche per i suoi brillanti studi di antropologia storica, il vultus, che per i greci è il volto nella dimensione della visualità, per i romani sembra giocarsi invece sulla dimensione dell’oralità. All’atto del guardare la cultura romana antepone quello del parlare e il linguaggio registra questa differenza. Per cui come ci mostra Bettini le strategie di identificazione di sé e degli altri, il guardarsi in faccia ad Atene e a Roma erano differenti. La costruzione del senso d’identità tra i Romani, come registrato nei grandi testi letterari, da Plauto a Seneca, da Plinio a Quintiliano, era diversa dalla nostra, non implicava nel risultato, per dirla con il nostro linguaggio, gli stessi effetti socio-cognitivi.

Sostiene Sthepen Levinson, psicolinguista, che i nostri cervelli presentano delle differenze a seconda dell’ambiente linguistico in cui siamo cresciuti. D’altra parte non si può usare un linguaggio senza accettarne l’ontologia implicita, e le matrici generative dei costrutti di senso e di valore. Costrutti che saranno materializzati, ad esempio, in una cattedrale, in un libro, o in un quadro. Costrutti strettamente connessi ad un genere narrativo o estetico, o ad un genere etico-ideologico, in qualche misura egemoni da un punto di vista storico-sociale. Per capire il senso di un’architettura gotica o di un di un dramma di Henrik Ibsen (il Pirandello scandinavo), è necessario entrare in quel modo di vedere e di sentire, che solo la condivisione di un certo linguaggio rende possibile.
I linguaggi modellano i cervelli (e le menti), che costruiscono se stessi rispecchiandosi nelle forme convenzionali e simboliche di realtà cui danno vita: si tratti di biografie romantiche, epiche o tragiche, oppure di una palazzina liberty, o dell’arredo di una casa, o di uno stato modificato di coscienza, o di una pratica rituale, o di una credenza religiosa. Se una persona ascolta una marcia militare e ha delle emozioni nostalgiche legate all’archetipo culturale dell’ “Io eroico” un’ altra persona in sua compagnia può ‘udire’ solo della musica che invece non le evoca nessuna immagine e sentimento.
Non si può far a meno di riconoscere che nelle vicende umane la mediazione di un processo interpretativo, linguisticamente preordinato, dà significato e valore a quello che vediamo e giudichiamo, come a ciò che stiamo facendo. Ascoltare una voce, comprendere un gesto senza parole, anticipare un’intenzione in base a come viene pronunciata una frase, riuscire a comunicare un’esperienza, come un tono dell’umore o un sentimento, implica una competenza semantica socialmente e localmente trasmessa e compresa. A questo punto non c’è da aggiungere altro, solo leggere gli articoli di questo numero della Rivista, che per alcuni di essi questo editoriale è solo un’anticipazione.

Alessandro Salvini